venerdì 3 luglio 2015

Jp Morgan, le costituzioni del Sud Europa, il Ttip e la crisi greca - una lettura non convenzionale

Qualche giorno fa, sui blog di Micromega, l'economista Sergio Cesaratto ha pubblicato un post sulla crisi greca.

La sua analisi apre scenari che stuzzicano il fascino per il "mito", un fascino che ciascuno di noi, anche se in misure diverse, nutre.

Un popolo che fa propri gli ideali di libertà, giustizia (anche sociale) e democrazia in lotta contro il mondo intero, in cerca di alleanze con chi si è già ribellato all'ordine imperiale.

Ognuno, anche se non intimamente ribelle, subisce il richiamo romantico di questa sfida. Sembra qualcosa di epico, e, anche se finisce male, siamo abituati a "eroi romantici" che perdono. Del resto il fascino del mito sta anche in quello.

Io stesso non nego di aver fantasticato su alcuni scenari evocati; però, nonostante tutto, la sensazione di fondo che provavo era la stessa che percepisco leggendo anche altre analisi: è condivisibile, sembra spiegare, eppure... manca qualcosa...

Forse il limite prospettico è il mio, ma quella che mi sembra mancare è un'analisi deterministica dello scenario, nel senso che dà Carr a quel termine, cioè di una spiegazione causale dei fenomeni, valutati nel loro divenire storico.

Cerco di spiegarmi meglio.

Qualche tempo fa in un documento redatto dalla banca d'affari Jp Morgan si leggeva:

"I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea."

Secondo me, ma posso anche sbagliarmi, per spiegare la crisi greca si dovrebbe partire da qui.

Perché nel 2013 negli ambienti di Jp Morgan circolavano quelle parole? E, soprattutto, quali sono le caratteristiche di quelle costituzioni che le rendono "inadatte a favorire la maggiore integrazione dell'area europea"?

La risposta forse, la troviamo nel Ttip, l'accordo di libero scambio tra Europa e Stati uniti, o, almeno, riflettendo su quel poco che trapela da una trattativa diplomatica che spesso ci viene narrata come "segretissima".

Pare che una delle clausole sulle quali si poggerà il trattato, consentirà alle imprese private di fare causa ai governi che applicano norme in qualche modo in grado di danneggiarle, qualsiasi esse siano.

Le costituzioni del Sud Europa questo non lo consentono, in esse l'interesse privato non è considerato predominante su tutti gli altri, pertanto, per abolire una legge, o hai la forza sociale di vincere un referendum, o vuol dire che la maggioranza della popolazione considera quella norma equa e tu, impresa, sei semplicemente parte di un sistema complesso ispirato dai valori di libertà, eguaglianza, fraternità (per farla semplice).

Secondo me la Grecia, oggi, è uno dei terreni sul quale queste due visioni si scontrano, e una vittoria del no, forse, sarebbe molto più importante sul piano europeo, che in un'ottica che prevede l'uscita della Grecia dall'euro e dall'Unione.

L'idea stessa di Europa, proprio come le costituzioni del suo Sud, nasce nelle carceri fasciste. Troppo poco spesso ci facciamo caso, ma l'Europa, è anche il primo tentativo di costruire una struttura sovranazionale (qualsiasi cosa si voglia intendere per "nazione") su basi democratiche, repubblicane e mediante il libero accordo dei popoli.

In un mondo dominato da multinazionali (anche europee) che hanno un potere politico ed economico spesso maggiore rispetto a quello di diversi stati, un tentativo del genere dà fastidio innanzitutto a queste, soprattutto se quell'ordine sovranazionale è ispirato dagli stessi valori che animano le costituzioni del Sud Europa tanto sgradite a Jp Morgan.

La lotta in Grecia, secondo me, non è tanto legata alla sola austerity, ma a due visioni della società molto diverse, per questo credo che una vittoria del no, seguita dall'accordo più vantaggioso possibile per il popolo greco, sarebbe molto più utile di un'uscita della Grecia dall'Europa. Ridarebbe forza e slancio alle forze popolari in tutta l'Unione, in un contesto di sempre maggiore collaborazione fra quest'ultime.

A quel punto la lotta sarebbe costituente, nel senso del lottare per una costituzione europea il più avanzata possibile, basata sui valori della resistenza.

Un contesto del genere sarebbe maggiormente favorevole anche se allarghiamo la visione oltre i confini europei.

La Cina, per esempio, non avrebbe alcun vantaggio a investire in una Grecia fuori dall'Unione, perché, in un contesto di isolamento, la Grecia diverrebbe per la Cina una semplice nicchia di mercato, non la porta dei mercati europei, un luogo dal quale le merci giungono a Vienna (pare che i cinesi stiano progettando una ferrovia ad alta velocità che unisca il Pireo a Vienna) e nel resto d'Europa in poche ore.

L'Europa, dal canto suo, potrebbe "imporre" sia alla Cina, sia agli Stati uniti, un salario minimo, oltre che norme che sanciscono i diritti dei lavoratori e la salvaguardia dell'ambiente.

Secondo me, ponendo alla base dell'analisi che non esiste un'Europa diversa da quella dell'austerity, ci si preclude un terreno di gioco che, forse, sarebbe più favorevole alla lotta per i diritti, la dignità, la libertà, l'indipendenza e la democrazia, non solo in Europa.

Un contesto nel quale il vecchio motto che invitava tutti i proletari del mondo a unirsi, acquisirebbe maggiore senso, anche se il proletariato è profondamente cambiato e, forse, non si può più chiamarlo così. Ma questo è un altro discorso...

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venerdì 24 ottobre 2014

Waterloo! - Appunti sparsi sul capitalismo contemporaneo.


Il costante tentativo di razionalizzare l'intera società in base ai principi della massimizzazione dei profitti, adottando strumenti e conoscenze sempre più avanzati, in grado di creare automatismi nell'accumulazione (ma non solo) e velocizzare i processi a tutti i livelli.

E' una delle caratteristiche principali delle società capitaliste. L'agire politico dei capitalisti, sia diretto sia indiretto, è improntato all'ottenimento di questo risultato.

Marx lo aveva intuito quasi due secoli fa, per questo molte delle sue analisi sono lungimiranti e trovano riscontro ancora oggi.

Marxismo

Molti marxisti invece, sembrano tralasciare questo aspetto, dedicano poco tempo all'analisi della struttura delle società capitalistiche, e si perdono in dispute teoriche che vanno verso una concezione “misterica” dell'economia.

Così, non si rendono conto che mai come in questo momento i fallimenti del capitalismo sono manifesti, pubblici.

E che i lavoratori siano sfruttati, lo si comprende molto meglio dalla formula creata dagli economisti neoliberisti per massimizzare i profitti (e che ogni azienda contemporanea utilizza), che dalla teoria del valore lavoro elaborata da Marx.

L'equivoco di fondo è uno: le teorie neoliberiste non servono a spiegare l'economia, o a celarne il reale funzionamento, ma a razionalizzare il sistema economico (e non solo) in base ai principi che propagandano.

Le banche, le imprese, i modelli previsionali adottati da stati e privati, funzionano grazie ad algoritmi elaborati in base a quelle teorie.

L'assunto di fondo è: se l'impresa privata massimizza i profitti, vi sarà una ricaduta positiva sull'intera società, e anche il benessere complessivo crescerà costantemente, proprio come i profitti.

La crisi cominciata nel 2007 dimostra che questo assunto è sbagliato, e sono proprio gli algoritmi creati per razionalizzare l'intera società, e non solo l'economia, in base a esso che non hanno retto. Rendendo manifesto che è proprio la ricerca costante e incondizionata di profitti a creare instabilità diffusa nel sistema, trasferendo sull'intera società, e persino sull'ambiente e sul territorio, i costi dell'insostenibilità sistemica che caratterizza il capitalismo contemporaneo.

Di quella crisi molti ricordano i mutui subprime e l'effetto disastroso che ebbero sul sistema economico a livello globale; pochi invece conoscono il nome di Xiang Lin, che all'epoca era professore all'Università di Waterloo, in Ontario.

La Waterloo del capitalismo

Lin elaborò una formula matematica in base alla quale era possibile calcolare il rischio derivante da una determinata operazione finanziaria, e in base a questo, fu possibile ideare modelli che permettevano, almeno a prima vista, e mediante una serie incrociata di assicurazioni, di eliminarlo o ridurlo a livelli infinitesimali.

Una sorta di pietra filosofale insomma.

E' grazie alla scoperta di Lin che i mutui subprime ebbero la diffusione che venne riscontrata allo scoppiare della crisi. Ma se la crisi avesse riguardato solo quel settore, molto probabilmente non avrebbe avuto le conseguenze che ancora oggi verifichiamo quotidianamente.

In base alla formula di Lin, soprattutto negli Stati uniti, si cercò di riversare sui mercati assicurativi ogni spesa derivante dalla previdenza sociale, mentre i mercati bancari si accollarono il sostegno dei consumi, grazie a una diffusione mai osservata prima del credito al consumo.

Ma la formula di Lin non resse lo stress alla quale fu sottoposta, non tutti i rischi erano prevedibili ed eliminabili. Molte variabili non erano state considerate, e l'instabilità sistemica era data dagli stessi principi che avevano ispirato la formula: quelli della teoria neoliberista, la massimizzazione dei profitti privati.

Un economista americano di origine indiana, Raghuram Rajan, descrive i giorni della crisi con queste parole:
“Il dato in qualche modo spaventoso è che ognuno di noi ha fatto ciò che era ragionevole fare, dati gli incentivi che aveva di fronte.

E, nonostante fosse sempre più evidente che le cose stavano andando male, tutti ci siamo attaccati alla speranza che sarebbe finita bene, i nostri interessi stavano in quel risultato.”

In altri termini: la situazione era appetitosa per molti investitori, si intravedevano buoni margini di extra profitto e, nonostante gli indicatori dessero segnali allarmanti, tutti ebbero fiducia negli algoritmi che regolavano il sistema e permettevano di distribuire i rischi.

Forse pensavano che l'euforia che animava i mercati lentamente sarebbe scemata, lasciando il posto a una situazione più “normale”.

Ciò non avvenne, i mercati crollarono proprio perché tutti cercarono di massimizzare il proprio profitto e i rischi divennero imprevedibili.

Assieme ai mutui subprime, crollò il più grande tentativo di razionalizzare l'intera società in base al principio della massimizzazione dei profitti privati mai avvenuto dalla nascita del capitalismo.

Le politiche neoliberiste che si erano diffuse a partire dagli anni '70 del secolo scorso non ressero, ed era la loro formalizzazione matematica, ideata per razionalizzare il sistema, che lo dimostrava.

Le politiche neoliberiste


In tutti i paesi nei quali sono state applicate, le politiche economiche neoliberiste sono state caratterizzate da una costante diminuzione delle tasse sui consumi e sulle imprese, da una forte elargizione di contributi pubblici al sistema produttivo privato e dal “trasferimento sovvenzionato” al settore privato della previdenza sociale, dell'istruzione e della sanità.

Per chi era costretto a pagarle (lavoratori dipendenti, artigiani, autonomi, commercianti e piccoli imprenditori), le tasse diventavano sempre più odiose, in stati che garantivano sempre meno servizi, protezioni, diritti e garanzie.

A fronte di una costante riduzione delle imposte, soprattutto per la grande impresa, e di enormi trasferimenti di denaro al settore privato, il peso del debito ha cominciato a manifestarsi in maniera sempre più vistosa nei bilanci pubblici, a partire da quelli degli Stati uniti, dove, tra il 2000 e oggi,  è cresciuto vertiginosamente.

Il debito

Gli stati si sono indebitati e hanno tagliato le spese per trasferire denaro alla grande impresa privata, che a sua volta gestiva, in base al criterio della massimizzazione dei profitti, settori fino ad allora di competenza dello stato, e pagava sempre meno tasse, aumentando il rischio di insolvenza degli stati, che a fronte di una sempre maggiore parte di spesa finanziata con debito, potevano contare su entrate sempre più esigue.

Si è assistito a un enorme trasferimento di denaro dalle casse pubbliche a quelle della grande impresa privata, finanziato con debito pubblico e con il taglio di servizi essenziali che fino ad allora gli stati avevano garantito.

La moneta


Pochi lo fanno notare, ma quello che si verifica negli ultimi tempi, soprattutto negli Stati uniti, è la negazione di uno degli assunti in base al quale la politica neoliberista ha potuto dominare incontrastata, sostituendo quella keynesiana, che dal punto di vista del controllo dei prezzi si era dimostrata fallace: l'aumento della quantità di moneta nel sistema economico fa salire i prezzi, la moneta stessa vale di meno, quindi i tassi di interesse salgono (i tassi di interesse salgono perché, se presumo che con un euro domani potrò comprare meno di quanto compro oggi, per prestartelo ti chiedo un tasso di interesse più alto, che mi permetta di recuperare anche la perdita di valore).

E' per questo motivo che la Banca centrale europea, che ha come principale obiettivo quello del controllo dei prezzi, ha poco spazio di manovra nello stampare moneta, e nell'immettere liquidità nel sistema.

Eppure questo principio sembra essere saltato: gli Stati uniti hanno accumulato un debito pubblico notevole, immettono moneta nel sistema ormai da anni, ma i prezzi restano stabili e i tassi di interesse non salgono. Perché?

Da un lato gli Usa hanno fatto ricomprare grossa parte del loro debito da enti pubblici, riducendo così il rischio che i tassi salgano in base a ventate di sfiducia che possono circolare su i mercati internazionali, dall'altro sono sostenuti dalla Cina, che tende a tenere debole la propria moneta rispetto al dollaro per favorire le esportazioni, sostenendo di fatto il dollaro come moneta negli scambi internazionali.

Quella che si è venuta a creare è una situazione artificiosa, e gli Stati uniti sono un paese a rischio insolvenza, in cui le entrate fiscali sono molto basse e tutte le prestazioni sociali sono affidate ai mercati finanziari, a loro volta del tutto deregolamentati.

In altri termini hanno una situazione molto simile a quella della Grecia prima del default, su scala molto più vasta, ma potendo contare su di un apparato produttivo e su un mercato interno neanche paragonabili con quelli greci.

Per uscire da questa situazione, i suoi politici dovrebbero abbandonare le teorie neoliberiste, ma nel farlo incontrano parecchie resistenze, come quelle del Tea party, un movimento di estrema destra legato al partito conservatore, che ha fatto della lotta contro le tasse il suo cavallo di battaglia.

Vogliono distruggere il loro paese?

No, vogliono semplicemente impoverirlo e ridurre gli spazi di democrazia, perché dal loro punto di vista sono ben consapevoli che il neoliberismo ha fallito e che l'unica società razionalizzabile in base ai principi della massimizzazione dei profitti, cosa che gli consentirebbe di mantenere tutto il loro potere, è una società fascista su base nazionale.

Non è un caso se Milton Friedman, uno dei padri del neoliberismo, sperimentò le proprie teorie nel Cile di Pinochet.

L'Italia


L'Italia è uno dei paesi in cui le teorie neoliberiste hanno imperversato per oltre trent'anni.

Il risultato che hanno prodotto è sotto gli occhi di tutti: un interesse sui titoli di stato molto alto; una disoccupazione, soprattutto giovanile, diffusa; la desertificazione industriale; la riduzione di servizi, diritti e garanzie; tariffe elevatissime, frutto della privatizzazione di settori strategici che ha fatto lievitare i costi anche per l'industria stessa.

Anche in Italia si è finanziata, e si continua a finanziare, la riduzione delle tasse alla grande impresa con debito e tagli ai servizi, e anche qui movimenti reazionari hanno fatto della lotta alle tasse il loro cavallo di battaglia, arrivando a proporre l'uscita dall'euro (sarebbe interessante se qualcuno studiasse le affinità tra Tea party, Lega e Cinque stelle).

Non comprendendo, o non volendo comprendere, che all'origine della crisi non c'è l'euro ma le politiche neoliberiste, e che anzi l'euro ha contribuito a rendere meno disastrosi gli effetti della crisi.

Europa!

A livello internazionale i fattori di instabilità sono soprattutto di ordine monetario, e forse è anche per questo che la moneta assume grande importanza nelle teorie del complotto.

La realtà è che gli Stati uniti rischiano di perdere il ruolo in cui hanno giocato per tutto il dopoguerra, e la loro moneta rischia di non essere più alla base degli scambi internazionali. Un ruolo che gli viene conteso dall'euro.

Se la Cina decidesse di vendere in un giorno tutto il debito americano che possiede, e tutti i dollari che custodisce nelle proprie casse, gli effetti sarebbero disastrosi sull'economia americana e, molto probabilmente, anche per la pace a livello globale.

Una situazione di forte interdipendenza economica tra stati, oltre che tra privati, era stata prevista da Keynes, quando nell'immediato dopoguerra propose una moneta unica mondiale, proprio per impedire il verificarsi di una situazione come quella che va manifestandosi dinanzi a noi.

All'epoca fu inascoltato, eppure oggi appare abbastanza ovvio che solo una moneta globale, e una maggiore integrazione democratica internazionale, potrebbero eliminare i rischi di un conflitto che sarebbe disastroso, e mettere freno allo strapotere di imprese che operano sul piano globale, sfruttando la divisione in stati nazione, e l'adozione di sistemi normativi e fiscali differenti, per avviare una concorrenza al ribasso che limita non solo il benessere economico, ma le stesse libertà dei cittadini.

In un contesto del genere, la battaglia per un'Europa sociale è di fondamentale importanza.

L'Europa è il primo esempio al mondo di superamento dello stato nazione a favore di un'ordine transnazionale, e il primo esperimento di integrazione monetaria transnazionale.

Certo, fino a oggi sono stati i principi del neoliberismo a guidare questo processo, gli stessi che ora ne mettono in discussione la sopravvivenza. Ma questo è potuto avvenire anche perché un'idea di Europa non si è sviluppata a sinistra, si è sottovalutato il potenziale “rivoluzionario” che quel processo assumeva nel nuovo ordine internazionale che seguì alla caduta del muro di Berlino.

Mai come oggi i proletari di tutto il mondo dovrebbero essere uniti per ottenere garanzie e diritti uguali per tutti a livello internazionale. E mai come oggi l'Europa può essere l'avanguardia di questa lotta, anche grazie alla propria tradizione di libertà, diritti e democrazia che affonda le sue radici nell'illuminismo, nella rivoluzione francese, in quella russa e nella resistenza al nazifascismo.

L'unica alternativa a un ordine democratico transnazionale potrebbe essere costituita da innumerevoli “fascismi” nazionali, in un mondo dominato da imprese che agiscono a livello globale. Dovremmo tenerne conto quando parliamo di Europa.

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sabato 6 aprile 2013

Slittamenti geografici

Nel contesto di "Medioevo inverso" come inquadri gli slittamenti geografici, per esempio la decadenza del Giappone a favore della Cina? 

(Augusto Illuminati)


[Me l'ha chiesto ieri, ed è una delle domande più interessanti che mi hanno fatto. Ho pensato che forse lo stesso dubbio è venuto ad altri. Questo post è per loro.]

Credo che le imprese giapponesi non siano riuscite a sostenere la strategia espansiva che avevano adottato.
Il Giappone è piccolo e letteralmente isolato. Con la saturazione dei mercati le sue imprese dovettero espandersi a livello internazionale.

Anche a loro, come alle dirette concorrenti, non bastava semplicemente esportare ma furono costrette ad avviare una campagna di acquisizioni e fusioni di imprese in altri paesi.

Nel 1990 le aziende Giapponesi detenevano all'estero, in riserve e capitale fisso, ben il  927,13 percento in più rispetto al 1980.

Per sovvenzionare le loro manovre ricorsero soprattutto ai mercati finanziari, in particolare a quelli asiatici, che divennero preda della speculazione.

Non è un caso se alle radici della crisi che attraversò il Giappone per tutti gli anni '90 ci furono lo scoppio della bolla immobiliare e di quella azionaria.

Quei mercati, come avverrà nel 2007 negli Stati uniti, vennero messi "sotto sforzo", e non ressero. Cominciò così per il Giappone quello che molti analisti chiamano il "decennio perso".

Nello stesso periodo la Cina è in una situazione economica e sociale simile a quella che caratterizzò l'Europa nel Secondo dopoguerra: ha forti margini di crescita, miliardi di abitanti ed è sterminata. Per varie ragioni riesce a esportare a prezzi più che competitivi.

Hobsbawm scrive:

"La Cina e quasi tutta l'asia orientale e sud orientale, emerse negli anni '70 come la regione più dinamica di tutta l'economia mondiale, il termine depressione non significava nulla, con l'eccezione, piuttosto curiosa, del Giappone all'inizio degli anni '90."

In realtà quell'eccezione non era curiosa, ma frutto delle strategie di espansione
delle imprese giapponesi e delle loro manovre speculative.

Qualche anno dopo, nel 1997 saranno le "tigri asiatiche" (Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong) a collassare, e anche in quel caso la crisi parte dai mercati finanziari... Anche loro stavano facendo il passo più lungo della gamba.

Nel 2007, se la mia ipotesi è esatta, la stessa sorte tocca agli Stati uniti.
La Cina si comporterà come tutti gli altri, o riuscirà là dove i suoi concorrenti non sono riusciti?
Forse l'ipotesi più probabile è quella prospettata da Khanna, un ex consigliere di Obama: una situazione di stallo all'interno della quale gli Stati uniti possono essere paragonati all'Impero bizantino in decadenza.
Una decadenza che durò molto a lungo, ma che non fece perdere a Bisanzio, se non lentamente, l'influenza culturale, politica e militare che aveva esercitato per secoli.

Scarica Medioevo inverso, la globalizzazione come non l'hai mai vista.


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mercoledì 3 aprile 2013

Medioevo inverso


I matematici lo chiamano “effetto mondo piccolo”: due nodi qualsiasi di una rete complessa sono collegabili attraverso pochi legami. Un esempio classico è la rete aerea: due città, indipendentemente dalla loro distanza, sono raggiungibili generalmente prendendo al massimo due o tre voli.


Secondo Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston dell'Eth di Zurigo, anche il sistema economico è rappresentabile come una rete complessa.

Una rete dove a costituire i nodi sono 737 grandi investitori. Da soli detengono l'ottanta percento delle azioni delle 43mila e sessanta multinazionali più importanti al mondo, attraverso una fittissimo intreccio di rapporti di proprietà.

Sono soprattutto società finanziarie, per lo più nordamericane o europee. Se una di loro entrasse in crisi potrebbe far collassare l'intero sistema: effetto “mondo piccolo”.

Ma come ha fatto il mondo a diventare così piccolo?


Scarica Medioevo inverso, la globalizzazione come non l'hai mai vista.

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mercoledì 13 marzo 2013

Socialdemocratici a 5 stelle

L'eccezionale risultato del Movimento 5
stelle e lo “tsunami” Grillo rischiano,
proprio come una tempesta, di ridurre la
visuale; di fare in modo che ci si focalizzi
su di essi, tralasciando il contesto nel quale
il loro successo è maturato. Un esercizio
che porta a considerare la realtà ancor più
complessa di quanto realmente sia.




A sinistra tutti consideravano lo spazio politico occupato dal Movimento 5 stelle come “il proprio”, dall'anarchico al democratico di sinistra.

Ora si susseguono le analisi.
 
Il ritmo di fondo, dal democratico di sinistra all'anarchico, è quasi sempre lo stesso, anche quando non viene detto esplicitamente: “Come ha fatto Grillo a occupare il nostro spazio?”.

Ma la cosiddetta “sinistra radicale” è proprio sicura che quello fosse il proprio spazio?

Una nuova forza socialdemocratica

A Grillo e Casaleggio non è riuscito quello che alla “sinistra radicale” non è riuscito, è riuscito quello che non è riuscito al Partito democratico.

Non hanno fatto altro che garantire una rappresentanza a lotte, a istanze, a richieste, di per sé “socialdemocratiche”, No Tav comprese. E hanno trovato un elettorato pronto a votarli.

Il Movimento 5 stelle non ha occupato lo spazio dei movimenti per fare in modo che questi non contassero, ha garantito una rappresentanza a“movimenti”, a volte molto diversi tra loro (dai No Tav agli imprenditori veneti), che avanzavano proposte “socialdemocratiche”,non certo “rivoluzionarie”.

Il fatto che alcuni di questi movimenti, soprattutto il No Tav, adottassero forme di protesta a volte “radicali” per rendere visibili le proprie istanze è probabilmente un effetto del Berlusconismo, degli anni in cui qualsiasi rivendicazione non improntata al “pensiero unico” veniva tacciata come estremista, e criminalizzata, anche dai partiti che, come il Pd, alla socialdemocrazia dicono di richiamarsi.

Giuliano Santoro in “Un Grillo qualunque” sostiene che Grillo e Casaleggio si siano appropriati delle rivendicazioni di alcuni movimenti, mettendo loro il cappello.

Probabilmente sbaglia però, e il risultato elettorale in Val Susa sta lì a dimostrarlo.

Molte delle persone che a quei movimenti hanno dato vita, il cappello a 5 stelle se lo sono messe in testa da sole, forse perché il copricapo non aveva una forma definita: poteva trasformarsi dal berretto frigio dei sanculotti in Val Susa, addirittura al fez in alcuni ambienti del nord est.

Oggi si tende a bollare come fascistoide il: “Nè destra, né sinistra”urlato da Grillo, e a condannare le dichiarazioni revisioniste di alcuni volti emergenti del suo Movimento.

È sacrosanto, per carità! Ma buttarla sul fascismo credo non aiuti a inquadrare il fenomeno.

Se tornano alla mente alcuni discorsi fatti da esponenti del Pd qualche anno fa, Violante in testa; ma anche lo slogan gridato durante le proteste studentesche da giovani vicini al Pd e Sel: “Né rossi, né neri, ma liberi pensieri!”, si capirà che tra i due discorsi non c'è poi molta differenza.

Alcuni dirigenti del Pd speravano con quei discorsi di intercettare l'elettorato berlusconiano, unendovi una proposta politica fortemente simile a quella del Pdl. Il gioco non riuscì.

Grillo invece, interpreta il sentimento della “base”, declina a modo suo il “Né rossi, né neri” gridato da alcuni ragazzi, e offre una prospettiva socialdemocratica, riuscendo a strappare realmente elettori al Pdl e alla sua coalizione.

Una delle più grosse novità venute fuori da queste elezioni è l'esistenza in Italia di due forti blocchi socialdemocratici, il Pd e il Movimento 5 stelle che, per il momento, non riescono ad allearsi.

Insieme rappresentano complessivamente il 37% dell'elettorato italiano, cioè il 12,71% in più rispetto a quanto pesava realmente il Pd nelle elezioni del 2008 e appena il 3,43% (poco meno di 2 milioni di voti) in meno rispetto ai circa 19 milioni di voti raccolti dall'intera coalizione di centrosinistra nel 2006, quando vinse.

Una passeggiata in Val Susa

Forse per capire il Movimento 5 stelle sarebbe utile fare una passeggiata in Val Susa dove, vista anche l'intensità delle lotte, è difficile immaginare che qualcuno si faccia mettere arbitrariamente un cappello in testa.

In quella valle il Movimento 5 stelle spopola, raccogliendo cifre che in tutti i comuni oscillano intorno al 40%.

Più che un voto di mera protesta, sembra che i cittadini della Valle si siano autorganizzati nel Movimento 5 stelle per garantire una rappresentanza politica alle proprie istanze.

L'altro dato che balza agli occhi analizzando il risultato elettorale in Val Susa è che i votanti sono sensibilmente superiori rispetto al dato nazionale, circa il 5% in più in quasi tutti i comuni; e, se gli altri partitini della Sinistra (Sel e Rivoluzioni civile) ottengono percentuali in linea con quelle nazionali, non riuscendo ad attrarre il voto No Tav, il Pd ottiene un dato sensibilmente inferiore rispetto a quello nazionale, quasi la metà di quanto ha raccolto in Valle nelle elezioni precedenti.

Un successo indiscutibile per i 5 stelle, e ottenuto grazie a una proposta puramente socialdemocratica: “I soldi spesi per la Tav sono soldi spesi male. Basterebbe potenziare la rete ferroviaria già esistente e sottoutilizzata per far passare l'alta velocità. Perché quei soldi non vengono spesi per finanziare le piccole e medie imprese italiane così rilanciamo l'economia e non distruggete neanche la nostra bella valle?”.

Niente di rivoluzionario insomma: solo “buon senso e ragionevolezza”.

Ma i 5 stelle fanno propri anche gli aspetti rivoluzionari dei No Tav: le pratiche di democrazie diretta: “Uno vale uno!”; la presenza di forme di lotta radicali; la ricerca di nuove forme di partecipazione collettiva.

Le fanno proprie e cercano di estenderle su tutto il territorio nazionale, giudicandole le forme più appropriate per organizzare una forza socialdemocratica in Italia, nel 2013.

Quello che non è riuscito al Pd.

Così facendo intercettano anche il voto di chi si schiera a sinistra rispetto a una forza socialdemocratica.

Oltre al no fermo alla Tav, i 5 stelle accolgono nel proprio programma alcune istanze che la cosiddetta sinistra radicale ex-parlamentare non ha mai saputo fare davvero proprie: dal reddito di cittadinanza alla legalizzazione delle droghe leggere (che poi sarebbe l'unica riforma in grado di garantire un gettito fiscale tale da poter finanziare il reddito di cittadinanza e altre politiche sociali senza intaccare voci di bilancio già esistenti o diritti acquisiti).

Una mossa che, anche grazie al clima di repressione e criminalizzazione che si respira in Italia, ha annebbiato la prospettiva, facendo percepire il Movimento 5 stelle molto più vicino ai movimenti sociali che hanno attraversato l'Italia dal 2008 a oggi di quanto realmente sia.

I socialdemocratici, se fanno i socialdemocratici davvero, dicono cose molto più “di sinistra” rispetto a chi ha ridotto l'idea stessa di sinistra a un feticcio.

Un nuovo Berlusconi?

Molti paragonano Grillo a un nuovo Berlusconi, spesso facendo leva su alcune cazzate da lui dette, come l'abominio a proposito dei figli degli immigrati.

Probabilmente dimenticano che i campi di detenzione per immigrati in Italia furono istituiti da due politici socialdemocratici come Livia Turco e Giorgio Napolitano, nel vano tentativo di rincorrere la Lega (allora astro nascente della politica italiana) sul proprio campo.

Eppure il ruolo giocato da Grillo (e Casaleggio) all'interno del Movimento 5 stelle è molto diverso rispetto a quello giocato da Berlusconi all'interno di Forza Italia prima e del Pdl poi. E probabilmente anche una scarsa comprensione del Berlusconismo, nonostante siano passati quasi venti anni, rende ancora più difficile comprendere cosa sia il Movimento 5 stelle.

Berlusconi scese in campo presentandosi come il salvatore, “l'unto dal signore”. E lo fece mettendosi in gioco in prima persona, sfruttando tutta la propria forza economica e mediatica per diventare presidente del consiglio.

Il discorso di Grillo invece è diverso: sfruttare tutta la propria forza mediatica per lanciare un movimento nel quale non è candidato; fare da cassa di risonanza alle istanze (alcune condivisibilissime, altre da combattere con tutte le forze) proposte dal Movimento 5 stelle.

Per un certo verso, e in maniera non del tutto compiuta, Grillo è l'anti-Berlusconi: si propone di far superare al paese venti anni in cui si votavano gli uomini (tanto più potenti erano, meglio era) e non le idee. E lo fa candidando perfetti sconosciuti, selezionati dal basso (anche se il metodo delle “parlamentarie” forse è ancora meno efficiente, dal punto di vista della democrazia diretta, rispetto a quello delle primarie).

Certo, come il Cavaliere, gioca con la propria immagine, ma lo fa per lanciare un movimento, non sé stesso. Come il Cavaliere gioca con il revisionismo, ma lo fa in maniera non molto diversa rispetto a quanto ha fatto il Partito democratico nel corso degli ultimi venti anni.

Non è il nuovo Berlusconi, è il suo antagonista naturale; in grado di rovesciare contro il Cavaliere le sue stesse armi.

Pd e 5 stelle si alleeranno?

La azzardo: probabilmente sì. Conviene a tutti e due.

I due blocchi, 5 stelle e Pd, raccolgono coloro che in Italia auspicano una politica realmente socialdemocratica, anche se in alcuni casi si dichiarano di destra. Non è un caso se nel loro programma elettorale entrambe le forze politiche si rivolgono molto spesso alle piccole e medie imprese.

Èdifficile ipotizzare che uno dei due blocchi socialdemocratici raccolga, in una nuova competizione elettorale, molto più di quanto abbia fatto registrare nell'ultima tornata.

La“nuova destra” quella berlusconiana ha tenuto, la “vecchia”quella di Monti, Fini e Casini, non è scomparsa per un pelo.

Certo, il Pd potrebbe allearsi con Monti. Ma così facendo sancirebbe la propria scomparsa, lasciando il campo socialdemocratico completamente nelle mani dei 5 stelle.

Bersani lo ha capito; Renzi, il quale pensa che i 5 stelle siano esclusivamente un mix di internet e protesta, no.

La grande assente

In questo contesto la grande assente è la sinistra rivoluzionaria, persa ancora nel dibattito “rappresentanza sì, rappresentanza no!”.

Eppure, come dimostrano i movimenti sociali degli ultimi anni, questa è ancora forte in Italia

Probabilmente è questo il momento di dimostrare tutta la propria forza. Forse la nostra non è l'epoca dell'assalto al palazzo d'inverno; le rivoluzioni contemporanee, Venezuela in testa, sono lì a indicarci un'altra strada. Sapremo percorrerla?

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martedì 30 ottobre 2012

Primo, gli operai, le puttane e il Pci


Per lo storico Marc Bloch “ogni generazione ha il diritto di narrare per
prima la storia degli eventi di cui è stata partecipe.”
Primo Moroni è stato partecipe e fine osservatore di una stagione di lotte durata oltre un ventennio.

Nato da un famiglia toscana emigrata in Lombardia negli anni '30, alla fine
degli anni '50 è cuoco, cameriere, ballerino.
Per sua stessa ammissione in quel periodo si reputa di "poca cultura", ma
molto curioso.

Ascolta voracemente i discorsi degli intellettuali che frequentano i ristoranti
in cui lavora, legge molto. Gli piacciono il cinema e il teatro.
Considera il ristorante un luogo privilegiato da cui osservare il mondo.
Lavora in posti dove si siedono industriali e puttane, operai e teatranti,
manovali e intellettuali.

E' iscritto al Pci, ma è un comunista anomalo.

A “La vita di Klim Samgin” di Gorkij, che in quegli anni il Partito presenta
come l’Opera socialista per eccellenza, preferisce Steinbeck, Hemingway,
Faulkner, Dos Passos, Sartre.

Si definisce stalinista, ma l’accezione che dà a questo termine è molto
diversa da quella con la quale viene inteso attualmente. Per lui “stalinista”
è sinonimo di “rivoluzionario”.

Quello che racconta Moroni è importante per comprendere quegli anni.

Non narra semplicemente la sua esperienza, cerca di interpretare gli eventi che ha vissuto.
E pur restando convintamente di parte, la sua analisi non pecca di una critica che
sovente diviene anche aspra.

Bloch e Moroni ovviamente non si sono mai incontrati, ma c’è da pensare
che lo storico avesse in mente persone molto simili a lui mentre scriveva a
proposito del diritto di ciascuna generazione di narrare per prima la propria
storia.

Moroni nei giorni del luglio '62 era lì, in piazza Statuto a Torino.

La sua analisi dei fatti però, parte dai primi anni sessanta.
Attraversa quanto avviene nel Partito comunista e
descrive i rapporti che si instaurano tra vecchi e nuovi operai.

“Cominciammo a vedere le sezioni che si popolavano di burocrati.
Ovviamente erano più colti di noi, perché venivano dalle cellule bancarie o
da quelle delle assicurazioni” – racconta Moroni a Cesare Bermani in
un’autobiografia atipica, narrata oralmente.

“Questi – prosegue - diventarono rapidamente segretari di Sezione, perché
erano più sgamati e più favoriti anche per il loro modo di esprimersi”.
E’ in quella fase che, secondo Moroni, vengono emarginati (o si auto-
emarginano) moltissimi quadri di estrazione operaia.
“Il loro linguaggio – dice - era quello di un partito operaio comunista
stalinista e si trovavano invece di fronte questi impiegati delle cellule di
assicurazione e delle banche che usavano un linguaggio corrispondente alle
trasformazioni del boom economico alle porte e che mistificavano tutte le
categorie.”

Le sezioni del partito, racconta, smettono di essere il luogo in cui la vecchia
generazione di operai trasmette conoscenze, tradizioni e cultura di classe ai
più giovani.

E’ una rottura storica secondo Moroni, il momento in cui il Partito comunista
smette di essere un’organizzazione di classe.

Questo però, non impedisce che quelle conoscenze vengano tramandate. A
cambiare sono i luoghi dove ciò avviene.

Luogo di trasmissione è ora la fabbrica.

“L’idea della rivoluzione e del cambiamento globale venne trasferita dai
vecchi operai sotto forma di memoria all’operaio-massa emergente nelle
grandi fabbriche” - racconta Moroni.

Ma anche le grandi fabbriche del Nord sono cambiate, al loro interno è
diversa l’organizzazione della produzione e si sono riempite di immigrati.
Gli stessi che protestavano in quei giorni di luglio del ’62 accanto a gente
del Nord.

“Dopo la seconda grande immigrazione dal Sud al Nord – racconta Moroni -
la classe operaia fu meno razzista della borghesia, perché i meridionali
dimostrarono di sapere lavorare in fabbrica. All’inizio c’erano degli sfottò,
ma quando dimostrarono di essere in grado di impadronirsi della fabbrica,
del suo funzionamento, vennero stimati come operai e gli venne trasferito
dai vecchi militanti gran parte dell’immaginario collettivo leninista
rivoluzionario.”

E’ in fabbrica, suoi luoghi di lavoro che secondo Moroni si creano legami
stretti, fiducia reciproca e si diffonde una cultura unitaria. Elementi che si
noteranno nei giorni di piazza Statuto. E sarà la prima volta che ciò avviene
fuori dai luoghi di lavoro.

In piazza Statuto oltre agli operai della Fiat ci sono sì “decoratori,
falegnami, muratori, tessili”, ma la loro coscienza, la loro cultura, è la
stessa: quella che gli è stata trasmessa dai vecchi operai del Nord sui
luoghi di lavoro.

“L’operaio-massa – dice ancora Moroni - aveva caratteristiche diverse dai
vecchi operai, ma c’è stato lo stesso un interscambio fortissimo. [...] Gli
operai emigrati alla fine degli anni Cinquanta hanno ricevuto l’immaginario
e la cultura politica precedente, altrimenti tra l’altro non si spiegherebbero
gli slogan dell’Autunno Caldo Sessantanove [...]. La complessa cultura
politica degli anni Cinquanta non era annullabile con una semplice
operazione di vertice. Quegli operai comunisti, sebbene emarginati nel
Partito, trasmettevano memoria.”

Parla di operaio-massa Moroni, e lo fa distinguendolo dai “vecchi operai”.
Non è un caso.

Vuol dire che ha fatto proprie le teorie operaiste, cioè quelle di quegli
studiosi che per primi teorizzarono la nascita di un nuovo soggetto sociale e
cercarono di spiegare le ragioni per cui era nato e le prospettive che ciò
apriva.

Ma nel parlare di operaio-massa Moroni non fa una cesura netta, anzi ne
sottolinea gli stretti legami con gli operai specializzati. Legami che sono
culturali, di tradizioni e di sapere.

E’ un’interpretazione importante, perché molto diversa da quella che molti
(ma non tutti) operisti daranno in seguito, quando cercheranno di
descrivere quel nuovo soggetto sociale, e le organizzazione alle quali darà
vita, come estranee, al di fuori, della storia e delle tradizioni del movimento
operaio.

E oggi? Dove si trasmette il sapere di classe? Quale soggetto ha preso il posto
dell'operaio massa?

Forse un salto alla Calusca aiuterebbe a comprenderlo, anche se non c'è più
Primo...

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mercoledì 22 agosto 2012

Il bisnonno di Marchionne

E così il “modello Pomigliano” sarà esportato in tutti gli stabilimenti Fiat. 

Triste anticipo di quello che ci aspetta.

E andando indietro negli anni la storia non cambia.

In questo caso andremo molto indietro.

Tanto indietro da risalire agli albori della Patria, la stessa di cui si è festeggiato il centocinquantesimo compleanno pochi mesi fa.

Per la precisione occorre tornare a 148 anni fa, al 1863.

E' il 6 agosto di quell'anno.

Non ci troviamo a Pomigliano, ma molto vicini. A 16 chilometri esatti in direzione sud-ovest, dice Google.

La località è quella di Pietrarsa, tra San Giorgio a Cremano e Portici.

Siamo nei pressi del Real opificio borbonico. 
Prima dell'unità era il più grande polo siderurgico della penisola.

I dipendenti erano circa mille. Lavoravano dieci ore al giorno, e furono i primi nell'Italia preunitaria ad avere diritto a una pensione.

Dopo lo stabilimento finì nelle mani di un certo Jacopo Bozza, un ex impiegato borbonico proprietario del quotidiano locale “La Patria” passato armi e bagagli dalla parte della stessa Italia unita che sino a poco prima aveva combattuto.

Le sue prime iniziative furono: licenziare, aumentare l'orario di lavoro e ridurre la paga.

Evidentemente anche allora l'obiettivo era quello di essere più competitivi und produttivi.

In quegli anni tal Carlo Bombrini, uomo molto vicino a Cavour, era direttore generale della Banca nazionale, il più grande istituto bancario italiano.

E' a lui che fu affidata la redazione del piano economico-finanziario per il neonato Regno d'Italia.

Ma il conflitto d'interessi l'Italia lo ha nel dna, sin dalla nascita. E Bombrini, oltre a dirigere la banca che aveva finanziato le guerre d'indipendenza, era anche uno dei fondatori dell'Ansaldo.

Fondata nel 1853 per interessamento diretto di Cavour, che intendeva limitare l'importazione di locomotori dal Regno delle Due Sicilie e dall'Inghilterra, l'Ansaldo con l'unità cominciò a sottrarre commesse allo stabilimento campano proprio grazie all'interessamento di Bombrini che, nel presentare il suo piano economico-finanziario, si lasciò sfuggire la frase: “I meridionali non dovranno più essere in grado di itraprendere”.

Un occupante più che un padre della Patria.

E' lui che suggerisce a  Bozza come muoversi.
E' lui che sposta le commesse da Pietrarsa all'Ansaldo. 
Ed è sempre lui a ordinare i licenziamenti e a fare in modo che i lavoratori si adeguino ai ritmi che pretende di imporre.

Il trentuno luglio del 1863 vengono notificati nuovi licenziamenti. Ma questa volta gli operai decidono di non andare via a capo chino con una lettera in mano.

Sono le tre del pomeriggio quando si sente il suono di una campana. E' il segnale.

Tutti lasciano il lavoro, si radunano in cortile e manifestano la propria rabbia.

Bozza evidentemente ha paura: non si aspettava una simile reazione.

Pare sia scappato. Altri dicono abbia mandato un suo uomo ad avvertire i gendarmi.

Fatto sta che poco dopo giungono sul posto i bersaglieri. Sparano e caricano con le baionette.

Sul terreno rimangono i corpi di cinque operai, ma c'è chi raccontò che altri due furono ammazzati mentre cercavano di fuggire via mare, a nuoto.

Fu la prima strage di lavoratori nell'Italia unita. Trentacinque anni dopo sarebbe toccato ai lavoratori di Milano, sfamati col piombo dal “feroce monarchico Bava”. Di quelli, per fortuna, qualcuno ancora si ricorda...

Oggi lo stabilimento di Pietrarsa è un museo. Fu chiuso nel 1975 dopo essere stato declassato a semplice officina di riparazione alla fine dell'Ottocento.

Probabilmente Marchionne, di passaggio da quelle parti, l'ha anche visitato.

Lui magari avrà pensato ai fasti del passato.
A tutti gli altri quelle pareti  ricordano invece che i successi di industriali e banchieri sono bagnati di sudore e spesso di sangue. Il nostro.


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